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    «Nuovi» luoghi di vita dei giovani?



    Domenico Sigalini

    (NPG 2000-01-09)

     

    Premessa

    Affido a una premessa un problema che va affrontato seriamente nel contesto di una complessiva pastorale giovanile che abbraccia preadolescenti, adolescenti e giovani entro un progetto articolato, ma unico. Iniziare la pastorale giovanile a partire dalla fuga dopo la scuola media o dopo la Cresima oggi è assolutamente fuorviante, perché i ragazzi già in questi anni della preadolescenza anticipano modelli di comportamento, domande, modi di vivere giovanili e sono già «fuori», «altrove», nonostante in alcune zone d’Italia sembrino massicciamente presenti in parrocchia, oratorio, catechesi, associazioni... I primi soggetti di cui si devono censire i luoghi di vita sono allora i preadolescenti.

    La preadolescenza: essere già «fuori» o «altrove»

    Una realtà parrocchiale normale in questi ultimi cinque anni fa una fatica enorme a interpretare in termini di proposte educative e aggregative, di cammini di formazione il nuovo rapporto che i ragazzi di 11-13 anni stabiliscono con la famiglia, le istituzioni, la scuola, la stessa parrocchia. L’oratorio o l’impianto parrocchiale spesso sembra legato a una concezione della vita di famiglia non dico patriarcale, ma sicuramente ancora classica: papà, mamma, due figli della stessa età o quasi, tutti a pranzo alla stessa ora, tutti assieme alla domenica a messa, tutti interdipendenti e in grado di stabilire assieme programmi, tempi di libertà, rapporti con l’esterno, tutti circoscritti alla stessa parrocchia. Se poi pensiamo alle famiglie irregolari con figli che a turno vanno da papà o mamma o che non vanno da nessuno, che devono decidere da soli tra proposte ammiccanti dei nonni o di qualcuno dei parenti, la distanza è ancora maggiore. Il ragazzo o la ragazza dell’età della scuola media inferiore non è più quella di alcuni anni fa, ha già una sua indipendenza, una sua serie di gusti personalissimi, una convivenza con amici e amiche, che gli stessi genitori colgono come spazi di libertà, in cui non è possibile pensare di metterci il naso; vivono molto di più in spazi pubblici, campi sportivi, palestre, piscine, scuole di varie arti; hanno una vita articolata. Il titolo della basilare inchiesta di quasi vent’anni fa «l’età negata», che sarà presto aggiornata con una nuova poderosa ricerca, i preadolescenti potrebbero chiosarlo così: «non ci interessa che ci neghiate, ci arrangiamo da soli». L’oratorio o la parrocchia, anche nei casi più classici, non è l’unica piazza in cui poter passare il tempo libero. Se l’incontro di catechesi tiene perché esiste una tradizione forte di preparazione alla Cresima e se questa resta l’unica forza di attrazione che crea convergenza, non ci si deve meravigliare se, fatta la Cresima, si assiste a un dileguarsi di tutti che impropriamente viene chiamata fuga. Non c’erano già prima, senza che ce ne accorgessimo. Stavano già segando le sbarre o arrotolando le lenzuola da un pezzo.
    Già possiamo fare una osservazione ovvia: l’ambiente ecclesiale che offriamo ai ragazzi deve radicalmente ridefinirsi con una forza propositiva in grado di creare interesse, percezione di prendersi carico di tutta la loro vita e tentare di farla crescere verso mete condivise anche con altri soggetti del mondo civile. Deve stare almeno alla pari di tutte le agenzie che si interessano di ragazzi. Già da questo tempo è necessario allacciare rapporti non casuali, ma progettuali con tutto il territorio, con altre figure educative, che non siano solo il catechista o l’animatore di gruppo o di associazione.

    L’adolescenza: partenza, fuga o libertà

    Se questo è vero per la preadolescenza, immaginiamo che cosa avviene nell’adolescenza, in quel momento in cui si definisce anche fisicamente uno spazio di vita ancora più ampio e più indipendente: la scuola superiore. La vita di relazione con gli amici è più coinvolgente e intensa, caratterizzata dall’insorgere di qualcosa che va oltre l’amicizia, con una sessualità che, scoppiata da poco, inizia a orientarsi in legami molto coinvolgenti. La desatellizzazione dai genitori è una esigenza avvertita, anche se non sempre permessa e libera da ricatti affettivi sempre più vischiosi. I modi diversi di passare il proprio tempo sono decisi da alcuni condizionamenti sociologici, ma trovano nel veloce cambio interiore la forza dirompente e l’energia per affrontare tutte le possibili difficoltà cui si va incontro per far saltare i confini degli anni precedenti. Con la scuola superiore, e molto più con alcune esperienze di apprendistato o di lavoro occasionale, dopo i primi mesi di incertezza, il punto di vista della vita sociale è sicuramente diverso; si è dilatato lo spazio, si è approfondito il bisogno di vedere se i luoghi abituali che si frequentano sono capaci di interpretare il nuovo che uno sente. Non deve far abbassare la guardia quel primo trimestre di ritorno ai vecchi ambienti che è più una ricerca di sicurezza che una risposta alle nuove domande di libertà, di avventura, di novità. Nel cambiamento il ritorno alle sicurezze di prima regge solo per sconfiggere la paura, non per fare cose nuove. La vita cambia, nuovi modelli di comportamento si delineano all’orizzonte, una nuova concezione di sé e degli amici prende corpo non solo nella fantasia, ma anche nei comportamenti; inizia una rete di relazioni nuove, che esigono un panorama più vasto della appartenenza parrocchiale, un mondo collegato, un villaggio globale, che apre gli orizzonti della vita oltre gli orizzonti del gruppo parrocchiale.
    In questo tempo prende corpo la prima vera separazione della vita dell’adolescente dalla vita della comunità cristiana. Quello che da preadolescente era già intuito, ora diventa realtà che si organizza. Il punto di vista organizzatore del proprio esistere è cambiato, è autocentrato, è di sgancio dalle cose di prima, è di ricerca di spazi di indipendenza, di autonomia, di avventura. Gusti, vestiti, dischi, musiche, idoli, sticker, zainetti, orologi, diari, taglio dei capelli, orecchini, piercing, zatteroni, T-shirt, motorino danno l’idea del nuovo mondo cui un adolescente vuol appartenere. È giusto che sia così, ma non è bene che la comunità cristiana sia dall’altra parte e non riesca a interpretare con le sue strutture, i suoi spazi, le sue figure educative e adulte il nuovo che cercano. Non è serio che esistano solo alcuni luoghi, come la discoteca, che fanno da raccoglitore di domande e di aspirazioni. Anche perché le domande religiose permangono, il desiderio di mistero, di spiritualità, di preghiera, di sapersi di qualcuno persiste; la voglia di amici veri che vanno oltre la compagnia è insistente, la generosità di offrirsi per qualcosa di utile è per lo meno travolgente (vedi per esempio, la vivacità con cui sanno organizzare l’estate ragazzi in tutta Italia). Mi diceva un direttore di discoteca (quattromila presenze a sera): «nei vostri oratori la domenica pomeriggio non vengono più, sono tutti qui con la stessa voglia di divertirsi, di incontrare gli altri, di fare qualcosa, di stare assieme, di farsi vedere, di sentirsi vivi, che tempo fa esprimevano da voi. Ma voi avete deciso di starvene sull’Aventino!?». Lascio per ora solo l’interrogativo o l’esclamativo. La provocazione ci potrà servire in fase di progettazione.

    Il giovane: territorio, aggregazione, cittadinanza

    Giustamente la società civile, vedendo queste masse di giovani che hanno bisogno di visibilità, di divertimento, di contare, di esserci, di esplodere, in questi ultimi anni ha tentato di offrire spazi di aggregazione, di sfruttare spesso questa domanda di libertà, di piantare le tende il più lontano possibile dal mondo adulto. La comunità civile all’inizio ha preso l’iniziativa per curare devianza e rischio. L’abbandono delle giovani generazioni a se stesse in certi ambienti urbani e suburbani impossibili ha provocato una falcidie di giovani sia con la droga, sia con la piccola delinquenza, sia con le attenzioni camorristiche. Sta di fatto comunque che oggi non pochi enti e amministrazioni pubbliche mettono a disposizione progetti, li accompagnano con persone, strutture, fondi. Alcuni ambienti ecclesiali si rendono disponibili a ospitare tali iniziative o si mettono a disposizione per animarle. È il caso dei centri di aggregazione giovanile (CAG), delle cooperative di animatori per la strada, di centri polifunzionali e, nel prossimo futuro, della disponibilità delle scuole nei pomeriggi per fare tutte le attività che ai giovani interessano. Un discorso a parte si dovrebbe fare per i centri sociali che interessano solo una minima parte di giovani e che hanno subito forti involuzioni ideologiche in questi ultimi anni e per le comunità di ricupero che accostano giovani drogati, anche se quasi tutte hanno attività di prevenzione che intersecano la vita normale dei giovani e delle stesse parrocchie. Alcune leggi allo studio del parlamento offriranno sempre più servizi, spazi e disponibilità finanziarie per il tempo libero dei giovani.
    A questa fetta di interventi vanno aggiunte tutte le attività sportive, sia pubbliche che private, che oggi si sono moltiplicate sul territorio e che offrono ai giovani spazi di vita, luoghi sani di tempo libero, con un business commerciale di tutto rispetto.
    La comunità cristiana si sente invitata a dialogare, spesso a offrire supporto educativo, a decentrarsi, a lavorare in rete. Non pochi oratori del Nord hanno accolto nei propri spazi i CAG, senza perdere la propria identità di luoghi educativi alla vita credente, ma approfondendo il significato dell’educazione alla vita, della ricerca, della proposta di valori, della collaborazione.
    La domanda che sicuramente dovrà essere affrontata è quella della non autosufficienza della comunità cristiana con i suoi mezzi e le sue strutture nell’educare i giovani, e della necessità di stabilire tavoli di confronto e collaborazione con la realtà pubblica, con la scuola, con le amministrazioni comunali, di chiedere riconoscimento per la propria attività educativa. È interessante al riguardo ciò che la regione Lombardia sta definendo con le diocesi della regione: una sorta di protocollo d’intesa in cui gli oratori sono riconosciuti come spazi educativi a tutti gli effetti anche civili, contro il rischio di creare società parallele, per giovani che cercano unità nella vita.

    I mondi vitali, spazi dell’ambivalenza

    Ma sopra tutti e sopra tutto, il fenomeno che più caratterizza i giovani d’oggi, sia adolescenti che oltre i diciott’anni, è la ricerca di spazi di vita propri, di luoghi in cui passare il tempo senza pagare pedaggi, né fisici, né di simboli, né di immagine: la banda, il muretto, la squadra, la compagnia, il gruppo musicale, la piazzetta, le vasche del corso, la spiaggia, i concerti, il pub, la discoteca, la notte, l’automobile; gli spazi virtuali, la musica, il fumetto e internet. Li hanno sempre chiamati spazi vitali, io oggi li chiamo spazi dell’ambivalenza, perché è in essi che il giovane risolve gli esiti della sua vita, decide da che parte stare, definisce le sue scelte, prende le sue decisioni. Ogni decisione deve essere «live», in un contesto in cui pulsa l’esistenza, l’amicizia, il sentirsi vivo e libero.
    Sono gli spazi in cui oggi i giovani vivono, si incontrano, sognano, si relazionano, decidono, stanno bene, aspettano che passi il tempo, sballano, si scambiano esperienze e decisioni di vita, e in cui emergono anche le domande religiose. Non è sempre stato così. Sono quattro o cinque decenni che i giovani si costruiscono loro luoghi, si defilano dalla realtà adulta, inventano una sorta di società parallela, sicuramente non autosufficiente, ma del tutto impermeabile a presenze non gradite di adulti, si costituiscono come una questione o almeno una sottocultura.
    Qui, anziché nei luoghi istituzionali a ciò dedicati, come la scuola, la parrocchia, la famiglia, i giovani pongono la forza e l’emotività necessarie per andare avanti nella vita e per decidere che farne. Ce ne potremmo scandalizzare, ma è così. Per le relazioni affettive, per la decisione degli studi da compiere, per i rapporti sociali, per la appartenenza alla Chiesa, per la dimensione religiosa spesso influiscono di più questi mondi vitali che il giovane si crea che i nostri luoghi istituzionali. Sono spazi che si ritaglia contro tutto e contro tutti: lo spazio della notte, lo spazio del tempo libero, dello stare, delle cuffie, delle amicizie, della solitudine, dell’attesa indefinita, del silenzio, della ricerca, del girovagare, del rispondere alle convocazioni. In questi spazi si formulano domande, si insinuano sogni, si accendono vocazioni, si cerca il senso e lo si elabora. Questi spazi creano al giovane una sorta di piattaforma da cui è necessario partire per qualsiasi viaggio nella vita, per qualsiasi ricerca di risposte o aiuti o prospettive. È in atto una forte destrutturazione dei luoghi di vita dei giovani.
    La casa del senso è la vita quotidiana con il suo insieme di relazioni, esperienze affettive, attività del tempo libero. Il senso lo va scoprendo entro i luoghi dell’invenzione della speranza e della constatazione delle delusioni, nel ricamo di percorsi che inventa con la sua motoretta o la sua macchina, nella progettazione delle risposte alle sue aspirazioni che avviene spesso nel gruppo del muretto, nella passeggiata sul corso, ai bordi dei campi da gioco o nei parchi, sui tediosissimi spostamenti in bus per andare a scuola o al lavoro, nelle amicizie di una stagione... Qui nascono e si formulano le ricerche e i primi tentativi di risposta al vivere. Qui affondano in strati impensati della coscienza individuale i perché della vita che non risparmiano nemmeno i più superficiali e distratti. Qui, tra la sopportazione del caos del traffico e la fuga nel proprio mondo veicolato dalle cuffie, si affacciano le inevitabili domande di ulteriorità. Che parentela ha tutto questo con il luogo solenne di una celebrazione liturgica o col gruppo troppo ristretto di amici che in parrocchia o nel movimento ha fatto quadrato attorno a sé concentrandosi e difendendosi dagli estranei?
    Questi luoghi non sono necessariamente fisici o geografici, possono essere anche virtuali, come i fumetti e mass media. E sono gli stessi luoghi virtuali che spesso creano i luoghi fisici: la musica crea la discoteca e il concerto; il fumetto crea la compagnia; il giornale crea il circolo culturale e viceversa; Internet crea news group che si danno appuntamento via Internet in luoghi fisici per vedersi e uscire dalle proprie solitudini; la radio crea riconoscimento tra gli amici.
    Se è qui che pulsa la vita che ne deriva?
    Buttiamo a mare le istituzioni, la famiglia, la scuola, la parrocchia, l’associazione, l’oratorio? Neanche per sogno; anzi è proprio da qui che deve partire una decisione di educazione diffusa, che si concretizza in alcune conseguenze.
    – La prima conseguenza è che i luoghi di ritrovo dei giovani sono sfidati a diventare i nuovi spazi educativi. Se lì costruiscono i loro ideali, maturano le loro scelte, rispondono alle loro domande anche profonde, con spontaneità, possibilmente lontani dagli occhi degli adulti e di qualsiasi organizzazione, è importante che giovani e adulti che abitano questi spazi siano all’interno di essi capaci di offrire ragioni di vita e di speranza, farsi punti di riferimento informali. Ciò esige che tutti siano chiamati in causa per questa opera, siano aiutati e preparati, siano sostenuti dalla comunità cristiana, dalla società civile, da raccordi intelligenti tra l’una e l’altra. Non vogliamo far diventare scuola il tempo libero, parrocchia il corso delle molteplici «vasche», gregoriano il rock, famiglia la compagnia, ma valorizzare la carica enorme che essi si portano dentro per una umanità rinnovata.
    – Riesce a dialogare col giovane solo chi sa condividere gratuitamente questo suo mondo, chi non lo snobba, chi non dice solo i difetti che lo colorano, chi non lo demonizza, anche se non fa il compiacente, chi non sta comodo in attesa che passi, chi non perde la sua identità per accalappiare, ma chi la sa riscrivere sulla sua onda, entro le nuove espressività e ricerche.
    – Sembra che oggi le istituzioni riescano meglio ad offrire ciò che necessariamente hanno il dovere di mettere a disposizione dei giovani se sanno collegarsi a questi areopaghi. Questo significa che la scuola, la famiglia, la parrocchia non possono ignorare il tessuto di relazioni che i giovani costruiscono in queste realtà con i loro linguaggi e modelli di vita. «Non possono ignorare» è ancora troppo vago, occorre vedere in concreto che cosa significa. Sicuramente non si intende abbassare il tono di una proposta forte sia culturale che religiosa, non si intende fare il verso alle mode, nemmeno però pensare che tutto quanto viene dalla cultura della notte, dai muretti, dai concerti, dai pub in cui si fa musica dal vivo, da squadre di calcio, da compagnie del tempo libero, da gruppi e band musicali, da bande di motorini, da gruppi folcloristici... sia tutta zizzania da evitare e da dimenticare quando si prega, quando si fa catechesi, quando si educa a rispondere con generosità alla vocazione al matrimonio, alla vita consacrata, alla vita tout court. In questa affermazione ci sta sia la necessità di un intervento educativo non formale, sia la consapevolezza che ogni discorso che si fa per intercettare i giovani sulle strade della vita quotidiana non può fare a meno di una struttura istituzionale alle spalle che prepara e sostiene l’azione.

    Una esperienza che li ha seguiti e li perde: l’oratorio

    In molte parrocchie della Lombardia, dell’Emilia e del Piemonte, presso alcune congregazioni e istituti religiosi si era messo a disposizione dei giovani uno spazio educativo, l’oratorio, come strumento a metà tra la strada e la chiesa con il compito di apprezzare e approfondire le domande di vita dei giovani per aprirle all’invocazione e alla professione di fede. Un vero oratorio non è mai stato l’insieme delle aule di catechismo e nemmeno il concentrato della sciatteria. È sempre stata una palestra di vita cristiana, in cui si accetta una relazione di base: tu sei importante per me e io spero che tu trovi me interessante per te. Da questa base si cresce fino a partecipare a incontri organizzati, a dialoghi razionalmente coltivati, a proposte di vita associativa sia di vita ecclesiale che di impegno caritativo, culturale sportivo.

    Che cosa può aver accelerato la caduta dell’oratorio nell’immaginario giovanile?

    Offro alcune immagini di comportamenti che non riescono più a motivare un giovane a scegliere l’oratorio come luogo di vita, come spazio del suo tempo libero.
    * È il luogo che identifica una compagnia chiusa o per lo meno come tante altre.
    È diventato un luogo di identificazione e di chiusura di relazioni, tipo compagnia. Quando chi va all’oratorio si trasforma in compagnia che passa tutto il tempo entro i suoi confini, l’oratorio perde la sua caratteristica di apertura, nei giovani fa perdere la necessità di mantenersi nei ruoli di cittadino e di amico. Se compagnia per forza deve essere, deve avere comportamenti molto più aperti, democraticità e cambio più elevato, articolazione ampia, rappresentatività di associazioni e movimenti, riconoscimenti pubblici, entrata e uscita a più canali, coinvolgimento nel pubblico più evidente.
    * È ridotto alla somma degli spazi di catechesi.
    La catechesi è il cuore di una esperienza di oratorio e come ogni cosa del cuore ha bisogno di essere accolta e collocata in un tessuto di relazioni. Invece capita che l’oratorio significhi solo attività catechistiche, legata ad alcuni appuntamenti della vita. La catechesi è il momento formativo più popolare, ma anche quello che viene oggi visto con sospetto dal mondo giovanile Anche per questo, ma soprattutto per la scelta educativa che occorre fare per aiutare i giovani ad accogliere e vivere il dono della fede, l’oratorio non può essere ridotto alla somma dei momenti di catechesi, con tanto di iscrizione e di obbligo di partecipazione, ma un’offerta di occasioni e di progetti o itinerari per creare mentalità di fede.
    * È spesso il condominio delle associazioni.
    Molti oratori hanno perso vivacità propositiva e l’hanno affittata alle associazioni, che trovano utile avere una stanza, uno spazio e soprattutto la possibilità di presentarsi alla comunità come spazi ecclesiali. Le associazioni sono necessarie per il mondo giovanile, ma la conduzione dell’oratorio è molto di più della somma dei programmi di ciascuna. È la convergenze visibile su un progetto, la collaborazione e l’aiuto reciproco e lo scambio del dono della fede e della gioia dell’incontro con Cristo, soprattutto lo spazio in cui ciascuno mette a disposizione la sua decisione missionaria.
    * Si riduce ad essere un rifugio per la terza età.
    Purtroppo sta prendendo piede l’idea che l’oratorio è la casa della comunità parrocchiale. L’idea è in sé buona, ma se questo significa che il giovane non ne è più protagonista, fa presto a diventare il rifugio dei pensionati, che amano posti tranquilli e non disturbati; oppure diventa il luogo di incontro dei genitori. È importante la presenza dell’adulto nell’educazione dei giovani, ma occorre tener conto che il giovane ha bisogno anche di non sentirsi sempre addosso il fiato dei genitori, la desatellizzazione è un momento fondamentale della crescita di un adolescente e l’indipendenza dai genitori oggi è forse da appoggiare di più se vogliamo contribuire ad accorciare la famosa «famiglia lunga».
    * È il luogo dove buttare le ossa quando non si sa dove andare.
    La mancanza di conduzione progettuale dell’ambiente spesso trasforma l’oratorio in una sorta di terra di nessuno, in cui si può stare senza essere disturbati, fare quello che si vuole, morire pure di inedia, luogo in cui si posano appunto le ossa quando non si sa dove andare. L’apertura e l’accoglienza oggi non può mai essere disgiunta dalla proposta di attività o iniziative e da un rapporto educativo personalizzato. Questo esige un gruppo di educatori attivo e nessun tempo morto. L’ideale è forse il clima delle settimane estive o Grest.
    * È il campo di calcio da affittare.
    La presenza in un quartiere o in un paese dell’oratorio come dell’unico campo sportivo o spazio giovanile obbliga a offrire tale luogo anche ad altre attività che non sono parte integrante del progetto. Qui si esperimenta seriamente la collaborazione col territorio, la responsabilizzazione di coloro cui si apre, la proposta missionaria di una realtà disponibile, ma che sa anche quello che vuole. A questo non giova molto il concetto di affitto, di bilancio da ripianare, ecc.
    * È ritenere che i muri «cattolici» siano automaticamente educativi dato che ne sono stati benedetti i mattoni alla posa della prima pietra.
    A parte la battuta, il significato è di poter ricuperare sempre un atteggiamento educativo incandescente. L’abitudine purtroppo porta ad affidare alla struttura il compito dell’educazione. La tradizione, la programmazione naturale di un anno, gli appuntamenti consueti tendono a svuotare di passione educativa l’intervento della comunità, ma soprattutto a delegare. All’inizio si delega agli animatori, poi al prete, infine ai muri. Ed è proprio la fine. Non c’è nessun ambiente oggi (ma fu sempre così), che educa automaticamente. L’idea del mulino, che lascia sempre un po’ di farina su chi vi bazzica, non attacca per i giovani: sia perché spesso manca la farina, sia perché essere cristiani non è questione di infarinata superficiale.
    * È lo spazio del prima ci formiamo e poi andiamo.
    L’oratorio non è nemmeno un posto in cui si sta a vegetare o, si dice, a imparare per il futuro. Oggi nessun futuro viene preparato se già non viene esperimentato nel presente. E ancor più la vita cristiana ci abitua a ritenere ogni frazione di vita importante in se stessa e non in vista di quello che accadrà o servirà domani. Il giovane ha da vivere da cristiano come giovane oggi, come adolescente oggi. È evidente che il suo futuro dipenderà anche dal presente, ma solo se il presente è pieno, è fatto di formazione e azione, di esperienza e riflessione, di stare attorno a un tavolo e di azione in un territorio.
    * È il luogo dove ci si abitua come al colore delle pareti.
    Le relazioni in oratorio devono tornare ad essere vive. Un ragazzo spesso percepisce che per lui l’esserci o no è la stessa cosa nei confronti del prete o degli educatori. Si gabella questo atteggiamento come il massimo della tolleranza, della libertà di movimento. Il giovane invece lo percepisce come appartenere a niente e nessuno. «Non gl’importa di me!». L’ansia libertaria di chi nella giovinezza ha subito costrizioni non può essere criterio di educazione con i giovani oggi.
    * È supporto a una selezione programmata o a un accalappiamento manipolatorio.
    La collocazione dell’oratorio in contesti urbani difficili e la grande mobilità dei giovani alla ricerca di spazi informali e sottratti al controllo sociale portano i nostri oratori ad essere spesso il rifugio di sbandati. Da qui la selezione e l’allontanamento di essi. Sono operazioni che indicano la fragilità della comunità educativa o la assenza di presenze responsabili.
    Altre volte invece l’oratorio è solo un pretesto per tenersi vicini i giovani, senza farli crescere verso mete alte. Così può capitare di alcune società sportive o di alcune iniziative collaterali.
    * È l’ammissione pubblica della incapacità di offrire testimoni ed educatori.
    Molti oratori non sono frequentati dai giovani perché non dicono niente a nessuno, nemmeno a quelli che sarebbero disposti a passare tutte le forche caudine dell’adattamento pur di avere qualche ragione di vita, qualche notizia calda e partecipata su Gesù, qualche «prete per chiacchierar», qualche spalla su cui piangere, qualche educatore che è disposto ad apprezzare le piccole conquiste e a non inveire contro le immancabili demenze giovanili.

    L’oratorio ha ancora molte possibilità di offrirsi come spazio di giovani purché...

    * ci siano volontà educative che dicono che i giovani sono accolti solo perché sono giovani.
    È necessario che una comunità cristiana e civile cambi atteggiamento nei confronti del mondo giovanile: né paura, debolezza, disinteresse... né autoritarismo o disprezzo, ma accoglienza responsabile; nemmeno affitto a qualche giovane paziente sia prete o laico, ma progetto e collaborazione di tutti;
    * si dia spazio al protagonismo giovanile e si amino le cose che piacciono ai giovani.
    I giovani devono essere messi in condizioni di costruirsi la propria vita, rischiando e pagando in prima persona per i loro ideali. Le esperienze di responsabilizzazione sono più scarse della capacità di assumerle. Negli stessi stili di intrattenimento molti nostri ambienti sono rimasti agli anni ’70, ai gusti di qualche animatore adulto. Lo spazio personalizzato, la musica, il mondo delle relazioni devono esservi interpretati. La stessa architettura deve orientarsi a interpretare i nuovi modi di convivere tra giovani;
    * si offra ricerca culturale a tutto campo.
    I giovani non sono una cultura, ma danno origine a linguaggi che forzano la cultura a orientarsi in direzioni nuove; immettono nella società una nuova sintesi del comportamento o, meglio, sono i primi a incarnare le nuove sintesi che si condensano nei vari passaggi generazionali. Danno per scontato quello che altri hanno conquistato; si trovano ad avere a che fare con nuove situazioni da vivere, soffrire o godere, senza saperne la provenienza. Lo sforzo di capire è molto alto, ma indispensabile. La cultura è loro necessaria come l’aria, per capire dove sono collocati e che cosa possono esprimere di sé in termini originali;
    * sia visto come un insieme di spazi di vita quotidiana orientati all’intercettazione della proposta cristiana.
    Tra la strada e la chiesa, luogo di culto, si colloca l’oratorio che non è un condensato della povertà della strada, ma nemmeno un prolungamento della sacrestia. È capace di interessare la vita e per questo ha la capacità di essere crocevia come la strada, ma nello stesso tempo è attirato verso le risposte fondamentali della vita, come fa la Chiesa. È il luogo in cui si può guardare la vita al rallentatore, si aiuta il giovane a tenersi in mano l’anima tutto il giorno. (In genere i giovani lasciano l’anima sul comodino la mattina quando si alzano e la riprendono la sera quando vanno a dormire, con qualche mezzo segno di croce);
    * sia un vero spazio di approfondimento della vita cristiana.
    La vita cristiana non è un dato scontato: ha bisogno di essere snodata in tutte le sue possibilità e profondità. Dove possono trovare i giovani spazi di ricerca, esperienze alla loro portata, approfondimenti al momento giusto? Come si possono far incontrare la domanda alta e l’offerta spesso troppo timida e complessata o sorpassata della comunità cristiana? Se qualcuno vuol sapere seriamente che cosa significa essere cristiani, qui può trovare spazi di approfondimento, entro iniziative che si progettano qui e che non necessariamente si sviluppano solo qui;
    * offra la possibilità di spendersi per gli altri.
    Uno dei difetti della nostra proposta formativa è quello di attestarsi solo sul campo dei ragionamenti. È la rabbia di quei responsabili degli oratori che hanno già passato l’età della giovinezza e stanno ad aiutare in oratorio; sono forse un po’ refrattari alle riflessioni, ma sicuramente non vogliono ridurre il cristianesimo solo a un cumulo di riunioni di gruppo attorno a un tavolo. L’oratorio permette di far diventare concreto l’essere per gli altri, sia per le attività interne, sia soprattutto come punto di appoggio per attività esterne, esperienze caritative, di assistenza, di servizio, di volontariato.

    Conclusione

    Il documento ultimo dei vescovi: «educare i giovani alla fede» però dice che i giovani «chiedono di superare i confini abituali dell’azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità, dicono le loro attese e formulano i loro sogni....».
    La prospettiva è di grande apertura e la nostra rivista ne ha sempre tentato una seria attuazione; credo però che non sarebbe possibile operare nei nuovi areopaghi se i nostri spazi sono insignificanti e le nostre pastorali continuano a lavorare per la fuga.


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