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    I grandi orientamenti

    del metodo educativo

    dell'oratorio

    Antonio Martinelli

    0. Premessa
    0.1. Obiettivi e metodo sono le due facce della stessa medaglia.
    Il metodo nasce dalle esigenze della situazione rilevata, dagli obiettivi intravvisti, dall'itinerario progettato.
    Il metodo è la capacità di organizzare in modo intenzionale ed organica- il raggiungimento degli obiettivi.
    0.1.1. Intenzionalità cioè 'come' faccio per raggiungere gli obiettivi determinati.
    0.1.2. Organicità cioè 'l'unità' degli intenti per non passare 'da strabici' da un orientamento al suo opposto.

    1. I livelli del metodo
    1.1. Metodo preventivo: un'intuizione organizza una serie di altre intuizioni.
    L'intuizione, per esempio: in ogni ragazzo c'è un punto che offre all'educatore la possibilità di entrare nel cuore e di operare da educatore.
    1.2. Metodo esperienziale: una raccolta di principi e di orientamenti per guidare l'azione.
    Cf per esempio J. Gevaert, La dimensione esperienziale della catechesi, LDC, capitolo II: Linee generali del rapporto esperienza-catechesi (pp. 55 e ss), in particolare il «Le tre forme fondamentali di esperienza» che intervengono nella trasmissione della fede (pp. 68-75).
    1.3. Metodo in azione: all'atto pratico è l'insieme di arte, astuzia, intuizione.
    Il metodo nasce da una buona competenza, da una buona conoscenza delle cose, dalla pratica costante.

    2. I grandi orientamenti del metodo educativo dell'Oratorio
    2.1. Metodo di Oratorio

    2.1.1. è condividere giorno per giorno, pazientemente, la vita con i giovani, mano a mano che crescono.
    2.1.2. Per questo l'Oratorio si fa tutto ciò che è stato raccolto fino ad oggi nella nostra riflessione i diversi interventi.
    2.1.3. Proviamo ad esprimere il terzo livello del metodo, nella linea della premessa.
    2.2. Scelte di metodo all'Oratorio 2.2.1. Accoglienza
    2.2.1.1. Innanzitutto
    * l'Oratorio è un'opera della comunità a servizio di tutti i giovani.
    * I giovani sono riconosciuti nella loro dignità umana e nella loro vocazione-dono di figli di Dio
    * e accettati nella concretezza del loro essere e delle loro esigenze.
    2.2.1.2. Inoltre l'incontro comunità/giovani nell'accoglienza
    * tende a processi identificativi
    * legati non al ragionamento astratto, al convincimento attraverso la forza delle idee,
    * legati invece al fatto che la persona si riconosce progressivamente in qualcosa, in un ambiente, in alcune persone, in una comunità.
    2.2.1.3. Questi processi di identificazione devono coinvolgere, in forza dell'accoglienza, i giovani più poveri.
    La verità della fede, l'approfondimento del catechismo, la scuola di teologia sono anche strade di identificazione.
    L'Oratorio sceglie la strada dell'accoglienza, dell'ambiente, dell'incontrarsi.
    2.2.1.4. Infine dall'accoglienza all'identificazione e all'appartenenza all'ambiente oratoriano. Ciò esige che si costituisca e si esprima una comunità di educatori.
    2.2.2. Partecipazione
    2.2.2.1. Innanzitutto non vuole essere il solito discorso sulla partecipazione operativa.
    È invitare a far parte di una comunità educativa.
    È spostare l'accento dalla massa come quantità di persone, a massa come qualità di proposta, perché tutti ci si senta interpellati.
    2.2.2.2. Cioè ci troviamo qui nel cuore della comprensione della partecipazione oratoriana.
    Lo esprimo con quattro passi successivi:
    * io/noi ti accolgo/gliamo;
    * io/noi ti rendo/iamo partecipe della storia dell'Oratorio;
    * tu partecipi all'educazione di te stesso, ti fai educatore di te stesso nel seno della comunità educativa;
    * tu partecipi all'educazione degli altri, ti fai educatore degli altri nell'ambiente dell'Oratorio.
    2.2.2.3. In definitiva l'accoglienza oratoriana è aiutare ciascuno a diventare padrone e responsabile di se stesso; padrone e responsabile dell'ambiente in cui si trova a vivere, con una partecipazione differenziata.
    Non si partecipa perché si fanno delle attività, ma perché prima si decidono delle attività, e prima ancora si decidono gli obiettivi che si vogliono raggiungere.
    Questo modo di parlare della partecipazione introduce al terzo elemento.
    2.2.3. Comunicazione educativa
    2.2.3.1. Innanzitutto richiede di riconoscere
    * da parte dell'educatore la richiesta di comunicare che parte dal giovane per il solo fatto che si presenta all'Oratorio;
    * da parte del giovane la necessità di chiarire il senso dell'invocazione che la sua presenza all'Oratorio manifesta.
    Sono i primi e fondamentali atteggiamenti per l'incontro adulto/giovane.
    2.2.3.2. In secondo luogo richiede di accettare da ambo le parti, educatore e giovane:
    * la diversità di partenza,
    * la voglia di comunicare nel cammino che si fa,
    * il proposito di scambiare: dare e ricevere,
    * il rinnovamento in conclusione.
    Con una sola parola tutti questi aspetti possono essere chiamati con il termine patto educativo.
    2.2.3.3. Infine richiede di esprimere
    * da parte dell'educatore la intenzionalità educativa.
    Nasce di qui il bisogno di una programmazione educativa e di una organizzazione dell'Oratorio che trovi in questa intenzionalità un punto di forza e di qualificazione indispensabile,
    * da parte del giovane la decisione per il processo formativo.
    Il processo formativo va difeso e protetto, perché l'Oratorio sappia distinguersi e affermare una sua originalità e la sua funzione sociale ed ecclesiale.
    Abilitare l'Oratorio a darsi, a difendere, a proteggere e a modificare opportunamente il suo processo formativo, nella considerazione del rapporto necessario con tutto l'ambiente circostante.
    2.2.4. Fare esperienze
    2.2.4.1. C'è da ricordare che sono esperienze che vanno fatte in un ambiente.
    Cioè l'Oratorio non è solo la somma di gruppi o la somma di associazioni che vi fanno parte.
    Essenzialmente l'Oratorio pretende di educare attraverso i valori diffusi, poveramente forse in molti casi, in un determinato ambiente e vissuti concretamente tra educatori e giovani.
    2.2.4.2. Per andare sul concreto ci sono tre tipi di esperienze oratoriane:
    * Esperienze di condivisione quotidiana. È il vivere ogni giorno insieme. È lo scambiare su tutti gli argomenti i propri punti di vista tra adulti educatori diversi: laici, preti, religiose, ecc.
    Esperienze di provocazione. Abitualmente sono chiamate esperienze forti. Scrollano di dosso la pigrizia, il sonno, l'adagiarsi nella conquista compiuta. Provocano un ... trauma.
    * Esperienze del dono. Non basta accontentarsi di richiedere alcune prestazioni ai ragazzi e ai giovani.
    Perché si tratti di un servizio e dell'esperienza di dono è necessario l'aiuto dell'educatore che sa cogliere la circostanza buona per spingere verso una riflessione operativa.
    Il processo non termina all'intervento operativo, ma bisogna spingerla verso quel nucleo di intuizione nascosto nell'esperienza, capace però di trasformare la vita.
    2.2.4.3. Gli ambiti in cui sviluppare le esperienze dei giovani in Oratorio corrispondono alle aree tipiche del gioco e della festa, della catechesi e della preghiera, della promozione globale di tutti e dei più bisognosi.
    2.2.5. Gruppo unità educativa di base
    2.2.5.1. Innanzitutto è necessario ripetersi il motivo più vero per cui scegliamo di operare in gruppo:
    * non è per mancanza di ambienti capaci di raccogliere tutti insieme che ci si suddivide in gruppi;
    * non è per mancanza di tanti ambienti singoli capaci di darne uno ciascuno, per cui è necessario adattarsi a stare in più;
    * ma per una convinzione sperimentata: l'energia necessaria per il cambiamento non deriva unicamente e in maniera deterministica dalle cose che si fanno; l'affetto e l'amicizia 'che si stabiliscono tra le persone sprigionano energie particolari che danno alla persona la forza di cambiare.
    2.2.5.2. Perciò stabiliamo un preciso rapporto tra massa e gruppo/i in un Oratorio.
    Nella nostra sensibilità e tradizione, l'Oratorio è di massa, ma genera sempre gruppi, i più diversi e i più impensati, ma sempre gruppi.
    2.2.5.3. Inoltre il tema 'gruppo' coinvolge sempre il discorso sull'animatore.
    Mai gruppo senza animatore. L'animatore è
    * il migliore interprete degli obiettivi che il gruppo vuole raggiungere nel cammino di crescita,
    * colui che aiuta tutti per il raggiungimento degli obiettivi individuati e ricercati,
    * il disturbatore ufficiale competente istituzionale del gruppo, mai il suo schiavo,
    * colui che rende il gruppo soggetto attivo e responsabile del processo educativo che lo stesso gruppo programma e vive.

    3. Conclusione
    L'Oratorio è l'opera che traduce in azione la missione pedagogica della Chiesa con saggia intenzionalità (Paolo VI).

    (FONTE: CISI, Oratorio tra società civile e comunità ecclesiale. Atti Conferenza nazionale 1987, pp. 147-152))


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