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    L'oratorio salesiano:

    luogo di una

    proposta educativa

    Luciano Caimi


    Articolo l'intervento intorno a tre poli indicati dai seguenti sostantivi: memoria, progetto, speranza.

    I) Memoria

    1. L'istanza racchiusa in questo termine di un costante riferimento alle «origini» figura nella tradizione salesiana. Quante volte, soprattutto nei momenti -di ripensamento o di difficoltà, è riecheggiato l'imperativo: «Dobbiamo ritornare a don Bosco!». Ma, affermata questa necessità, sorge quella di precisarne senso e modi. Si tratta di «ripetere» o di «imitare» l'azione del fondatore? Nella storia salesiana la risposta non è stata sempre agevole né univoca.
    Don Michele Rua, nel marzo 1888, nemmeno due mesi dopo la scomparsa di don Bosco, fornisce ai confratelli indicazioni di questo tenore: «nostra sollecitudine dev'essere di sostenere e a suo tempo sviluppare ognora più le opere da lui iniziate, seguire fedelmente i modi da lui praticati ed insegnati, e nel nostro modo di parlare e di operare cercare di imitare il modello che il Signore nella sua bontà ci ha in lui somministrato» '.
    A distanza di circa ottant'anni, il Capitolo Generale Speciale del 1971, nel documento «Don Bosco nell'oratorio, criterio permanente di rinnovamento dell'azione salesiana», insiste su una prospettiva sensibilmente innovativa rispetto alla precedente e che possiamo definire di «fedeltà dinamica» al carisma originario. Vi si legge infatti: i figli di don Bosco «più che ripetere servilmente quello che lui fece sono invitati a fare come lui fece; invece che impegnarsi nella ripetizione meccanica di un suo gesto caduco, sono chiamati a comprendere la legge profonda a cui si ispirava il suo operare, espressa con semplicità nella sua dichiarazione 'sono sempre andato avanti come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano'» 2.

    2. Il problema secondo quanto si può vedere, risulta fondamentalmente di tipo ermeneutico. Bisogna comprendere e interpretare il carisma e l'esperienza del fondatore. Ciò vale innanzitutto per la prima e, in certo senso paradigmatica, opera da lui avviata, l'oratorio, che il Rettor Maggiore don Paolo Albera, succeduto al Rua, a più riprese definì «l'anima» e la «pietra angolare» della Società salesiana 3.
    A questo punto preoccupiamoci, sul filo della «memoria», d'individuare i tratti costitutivi dell'istituzione oratoriana, così come viene germinando ed evolvendo nell'esperienza di don Bosco.
    * In via preliminare possiamo dire che l'oratorio nasce dal desiderio del prete torinese di andare incontro alla gioventù socialmente meno fortunata e per tanto portatrice a un titolo speciale dei bisogni di affetto, compagnia, valori puliti, sano divertimento ecc. Questo «procedere verso» i giovani si qualifica come movimento intrinsecamente missionario.
    * L'incontro con i ragazzi, per divenire realmente proficuo, esigeva (e don Bosco subito se ne avvide) rapporti di una certa stabilità. Ecco allora il sistematico appuntamento festivo, con la connessa necessità di un ambiente idoneo a favorirlo.
    * Il prato/cortile e la tettoia/edificio sono le due coppie di «figure» emblematicamente costitutive dell'oratorio. La prima rappresenta il luogo dell'accoglienza, dello stare insieme spontaneo e del gioco comunitario (momento questo, notoriamente di grande rilevanza educativa); la seconda coppia indica la struttura nella quale trovano spazio le altre attività irrinunciabili della vita oratoriana, come quelle di tipo religioso (catechismo, celebrazioni liturgiche, incontri di preghiera...) e ludico–espressive (si pensi, ad esempio, al teatro).
    * Nella proposta di don Bosco l'oratorio diventa il luogo originario in cui egli sperimenta la sua metodologia educativa, imperniata sui noti assunti della preventività, della ragione, della religione e dell'amorevolezza. Siamo di fronte a un modello pedagogico che mira a perseguire l'educazione integrale dell'allievo, con attenzione quindi alla vasta gamma dei suoi bisogni psico–fisici e spirituali. Ancora: il metodo oratoriano, pur essendo predisposto per la «massa» giovanile, viene calibrato anche in relazione all'esigenza del singolo. Salvaguarda perciò un'intrinseca istanza d'individualizzazione.
    * L'oratorio di don Bosco si connota poi per il carattere eminentemente popolare. Esso, benché non ponga discriminazioni verso chicchessia, di fatto accoglie in numero preponderante ragazzi dei ceti più umili e svantaggiati, quindi particolarmente bisognosi di formazione. Ambiente di tono familiare, lo contraddistinguono però, come ogni vero contesto di carattere educativo, «regole» precise relative all'organizzazione e ai comportamenti, l'osservanza delle quali è richiesta a tutti.
    * Da ultimo, l'oratorio in questione si configura sin dall'inizio per il suo carattere aperto e dinamico. Non nasce con un'impostazione «bloccata». Cresce, evolve e, nella fedeltà ai princìpi ispiratori, continua in un certo senso a modificarsi per rispondere in modo adeguato alle necessità via via emergenti.

    3. L'ormai ultra–centenaria storia dell'oratorio salesiano documenta l'impegno di fedeltà a questi aspetti costitutivi dell'intuizione originaria. Ma, secondo quanto già accennato, i modi di tale fedeltà non sempre coincisero: si è passati da un certo «fissismo riproduttivo» (fare quello che fece don Bosco) a una posizione più attenta all'ermeneutica del carisma (fare, in tempi diversi, come, ossia nello spirito di, don Bosco).
    Quest'ultima prospettiva ha avuto sviluppo specialmente nel post–Concilio. Essa, senza rinnegare nulla dell'essenziale, anzi premurandosi di discernere quanto risulta tale da ciò che invece non lo è, lascia campo aperto alla sperimentazione e all'innovazione. Un atteggiamento che – sia detto per inciso – tra anni sessanta e settanta ha consentito di superare gradualmente difficoltà e contestazioni intervenute, com'è noto, anche nei confronti della nostra istituzione.
    Oggi, l'immagine sintetica dell'oratorio salesiano è efficacemente rappresentata dalle quattro figure dell'art. 40 delle Costituzioni della Congregazione: «casa che accoglie», «parrocchia che evangelizza», «scuola che avvia alla vita», «cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria» 4.
    L'autocoscienza salesiana è dunque giunta a riesprimere con questa formula il senso della propria «fedeltà dinamica» all'originario carisma oratoriano del fondatore. Il problema per chi, come noi, si pone in un'ottica educativa consiste nel passare dalla citata formula programmatica all'elaborazione di un vero e proprio progetto educativo, capace di tradurre hic et nunc le istanze di valore e le prospettive pedagogiche in essa contenute.

    II) Progetto

    È nozione consolidata anche nell'odierna pedagogia giovanile. La scelta di un'impostazione educativa secondo una logica progettuale risponde, come sappiamo, a diverse esigenze, tra cui quella di procedere con proposte ordinate, graduali, sequenzialmente corrette. Ciò si oppone, ovviamente, al pressappochismo e all'improvvisazione. Bisogna però guardarsi da un'impostazione rigida del progetto, inevitabilmente contraria a quelle note di flessibilità e disponibilità al cambiamento oggi sempre più necessarie anche in educazione.
    Gli elementi da porre in gioco nell'elaborazione progettuale dell'oratorio salesiano mi sembrano riconducibili a questi quattro: i tratti costitutivi, sopra ricordati, dell'esperienza e della memoria storica; i fini/valori da essa scaturenti, ma da reinterpretare in termini attuali; la «soggettività» odierna di ragazzi, adolescenti, giovani, comprensiva di un complesso e non sempre facilmente identificabile ventaglio di domande e attese educative; i «segni dei tempi» tipici della nostra socio–cultura, i quali, a titolo più o meno diretto, interpellano i processi di formazione giovanile.
    Nell'elaborazione del progetto oratoriano tutti questi elementi devono interagire in modo ordinato e organico. La non semplice operazione richiede apertura culturale, finezza pedagogica, sapienza del cuore, disponibilità a lasciarsi continuamente istruire dall'esperienza.
    Suppongo che negli oratori salesiani, da sempre ricchi di iniziative e di attrattive, l'attitudine a progettare insieme tra dirigenti, educatori e animatori sia diffusa e consolidata. Forse un aspetto su cui mai a sufficienza si riflette riguarda la verifica degli elementi più propriamente qualitativi del progetto, che chiamano in causa problemi di relazioni, stili, atmosfere, toni ecc. Soffermiamoci allora su questo punto, concentrando l'attenzione intorno a qualche motivo essenziale nell'ottica del nostro discorso.

    a. Accoglienza e familiarità. L'oratorio, ricordavo con le Costituzioni salesiane, è «casa che accoglie». Quindi in esso, come per ogni ambiente domestico, devono prevalere stili familiari e di accettazione reciproca. Certo, se vuole essere un contesto di vita ordinata, non può prescindere dal predisporre regole; queste però non devono risultare né troppe né troppo fiscali, pena il rischio di scadimento in un formalismo istituzionale, che soffoca familiarità e immediatezza di rapporti.
    Nella scia di tali considerazioni, cadono a proposito due interrogativi. Il primo concerne chi accogliamo negli oratori. Vi sono per caso esclusi dovuti non tanto a scelte personali del singolo adolescente o giovane quanto piuttosto a condizioni poco favorevoli dell'ambiente? E tra gli stessi oratoriani si verificano forse situazioni di emarginazione, magari nei confronti di coloro che, per svantaggi socio–culturali o per deficit psico–fisici, dovrebbero invece essere al centro dell'attenzione?
    Il secondo interrogativo verte intorno al come accogliamo. Prevalgono nei nostri oratori stili di tipo attivistico oppure formali o ancora all'insegna di una certa sciatteria? Ma essi contrastano con la logica dell'amorevolezza, che sollecita ad andare incontro al ragazzo in modo fraterno e disponibile, testimoniandogli nei fatti interesse per i suoi desideri, attese, speranze e preoccupazioni.

    b. Celebrazione della vita. L'oratorio è, per sua natura, ambiente dove le espressioni più immediate e «feriali» della gioventù (la voglia di correre, di giocare, di cantare, di fare amicizia, di mettersi in gruppo...) devono potersi manifestare. Esso, da sempre, costituisce una realtà educativa dove la «vita quotidiana» del ragazzo, dell'adolescente, del giovane viene accolta e valorizzata come risorsa e valore in se stessa. Da qui, possiamo ben dire, trae origine e sviluppo una sorta di «spiritualità oratoriana», in virtù della quale tutte le dimensioni e i bisogni «vitali» del soggetto in fase evolutiva assumono rilevanza ai fini della sua unitaria crescita umano–cristiana.
    Anche queste considerazioni sollecitano però a una verifica sul versante della progettualità educativa. Domandiamoci, al riguardo, se in oratorio si lascia adeguato spazio alla libera manifestazione della vita giovanile o se si tende piuttosto a ingabbiarla troppo rigidamente nelle maglie di un'organizzazione predisposta «dall'alto». Il gioco (penso anche a quello di massa, in cortile), così significativo nella tradizione salesiana, resta attività centrale oppure è sempre più sostituito dallo sport, esperienza sicuramente importante, ma di non identico significato psico–educativo di quella ludica?
    Forse non inopportunamente vi sarebbe pure da domandarsi se la prospettiva sottolineata dell'ambiente oratoriano come luogo di celebrazione della «vita quotidiana» del soggetto non stia perdendo terreno a favore di una visione formativa di timbro eccessivamente «serio» (quindi molto selettiva), tutta incentrata sulle iniziative di catechesi, sui momenti di spiritualità, sui ritiri ecc.

    c. Apertura al mondo. Si vuole con ciò alludere alla prospettiva di un progetto nel quale ci si premura di aiutare ragazzi, adolescenti, giovani a «decentrarsi», a volgere costante attenzione «fuori di sé», per cogliere e vivere il senso sempre più stretto della comunanza dei destini umani. «I care» (cioè mi preoccupo, mi prendo cura), dicevano gli allievi della scuola di Barbiana. È una sensibilità che deve crescere anche negli oratoriani verso gli odierni problemi dell'uomo e della società.
    Sarebbe ingeneroso negare il molto di positivo che gli oratori stanno compiendo in questa direzione. Anche in tale caso conviene però interrogarsi sulla qualità dell'opera svolta. V'è da domandarsi, ad esempio, se si approntano itinerari culturali adeguati per il discernimento dei «segni dei tempi»; se si sollecitano, specialmente adolescenti e giovani, a misurarsi in modo corretto e documentato con gli stessi (sovente gravi) problemi dell'attualità socio–politica. Non è, per caso, che in questo campo si proceda invece con approssimazione, emotività, faciloneria? O magari, come adulti e educatori, ci si lascia prendere la mano dal negativismo e dal qualunquismo, con gli effetti facilmente immaginabili sull' animo sensibile della gioventù?

    d. Annuncio evangelico. L'oratorio salesiano è stato con efficacia definito «`missione aperta' nel continente giovanile» (J. Vecchi). È fuori di dubbio che esso, senza costante tensione evangelizzatrice, perde la sua specifica identità. Diventa puro e semplice «ricreatorio» o circolo sportivo o ambiente di animazione socio–culturale.
    Ciò detto, il problema serio riguarda il modo e la qualità dell'evangelizzazione. Su un punto dovremmo risultare tutti d'accordo: nel progetto educativo il vangelo, lungi dall'essere posto «accanto» alla vita del giovane, deve invece interagire e dialogare con essa. Più precisamente, si tratta di attivare una sorta di «circolo ermeneutico» tra Parola ed esperienza del soggetto, così che la prima interpelli la seconda e, per converso, questa ponga le sue domande a quella.
    Diventa allora fondamentale interrogarsi sul posto e sul significato dell'annuncio nel progetto d'oratorio. È appendicolare rispetto alla molteplicità di proposte e iniziative oppure ne costituisce, per così dire, l'anima ispiratrice, beninteso nell'osservanza dell'autonoma specificità di ciascuna di esse? Ancora: è un annuncio che si connota per la carica kerigmatica o tende precipitosamente a ripiegare sul versante morale (se non addirittura moralistico)? Da ultimo: tiene conto sia di una debita mediazione teologico–culturale sia, come si sottolineava in precedenza, dell'esperienza vitale della persona a cui è riferito? 5.

    III) Speranza

    Proprio perché vi si celebra la vita, l'oratorio è luogo intrinsecamente abitato dalla speranza. In esso si educa ad aprirsi fiduciosamente al futuro, a camminare in avanti con cuore aperto, non per incoscienza verso i molteplici problemi dell'oggi (e con ogni probabilità del domani), ma per l'incrollabile certezza nel fatto che il destino dell'uomo, di ogni uomo e dell'umanità intera riposa – nonostante a volte si possa essere tentati di pensare il contrario – nelle mani di un Padre provvidente.
    Con la speranza, l'oratorio dà (deve dare) spazio anche al desiderio e ai sogni, piccoli e grandi, che ogni ragazzo, adolescente, giovane coltiva nel cuore. Solo se accoglie, anima e concede voce a queste dimensioni profonde del soggetto esso assume ai suoi occhi credibilità.
    Ma, accanto ai sogni della gioventù, vi sono anche quelli dei più sensibili responsabili ed educatori oratoriani. Non so se riesco a interpretare adeguatamente il pensiero di chi mi ascolta, ma provo a raccogliere in tre imperativi alcuni auspici/desideri sull'oratorio di oggi e... augurabilmente di domani.

    1. Recuperare, nel caso si fosse smarrito o affievolito, il senso della «strada», da cui la stessa esperienza di don Bosco prese inizio.
    Vi sono parecchie istanze, più o meno esplicite, in questa formulazione. Innanzitutto quella di un oratorio non chiuso da recinti protettivi, ma aperto al territorio e all'intera realtà giovanile che vi abita. Da qui, allora, l'esigenza irrinunciabile di assumere come abituale lo stile della missione, che implica di «andare verso» la gioventù, non di ritirarsi per attenderla. La strada, appunto, e la pubblica piazza, dove ragazzi e adolescenti, sovente a frotte, si danno di solito convegno, potranno e forse dovranno talvolta divenire una sorta di oratorio informale e senza confini; luogo di pura e gratuita condivisione di un'esperienza di amicizia e solidarietà.
    Naturalmente un impegno di tal genere ha bisogno di educatori non improvvisati, ma con buona preparazione e conveniente maturità.

    2. Rinvigorire in tutti coloro che sperimentano l'oratorio il gusto della vita e della libertà.
    Per sperare in simile risultato, occorre però che quanti rivestono incarichi e responsabilità in àmbito oratoriano siano essi medesimi amanti di tali valori. In proposito, non si dovrà mai dimenticare che prima dei discorsi sono il modo di essere e lo «stile» globale dell'educatore a rivelare in lui la passione o meno per la vita e la libertà, la tensione o no verso la ricerca aperta, la voglia o meno di capire e di rischiare.
    Come si vede, il problema investe in maniera prioritaria coloro che si assumono il compito di accompagnare ragazzi e adolescenti nel cammino di crescita umano–cristiana. Essi, solo incarnando abitualmente quei valori, potranno fungere da mediatori dei medesimi nei confronti degli educandi.

    3. Non «trattenere», ma abilitare gradualmente ciascun allievo a comprendere e testimoniare la propria vocazione di credente sulle vie degli
    uomini.
    L'oratorio (è ovvio, però giova ugualmente ripeterlo) va veduto in funzione non di se stesso, bensì di tutti quelli che lo incontrano. Il suo compito risulta, per così dire, ad esaurimento. Termina quando il cammino formativo raggiunge l'obiettivo finale: l'abilitazione del giovane a saper correre incontro alla vita con libertà, dedizione, responsabilità e in obbedienza al disegno vocazionale del Padre. A quel punto l'«uscita» dell'allievo dall'oratorio deve rappresentare per l'educatore un momento di gioia, non di rimpianto. Sta infatti a significare che quel giovane, al quale sono state dedicate cure e amicizia, è ormai diventato un «adulto», pronto a compiere autonomamente la sua parte fra gli altri uomini.
    Può essere questo, in definitiva, l'auspicio migliore da formulare e il sogno più grande da coltivare per ciascun oratorio salesiano.

    NOTE

    1 Prima lettera del Nuovo Rettor Maggiore. Udienza avuta dal Santo Padre, in Lettere circolari di Don Michele Rua ai Salesiani, Tipografia SAID «Buona Stampa», Torino, 1910, p. 18.
    2 Documento 2. «Don Bosco nell'oratorio criterio permanente di rinnovamento dell'azione salesiana», in Capitolo Generale Speciale della Società Salesiana (XX), Roma 10 giugno 1971 — 5 gennaio 1972, p. 141.
    3 Cfr. Lettere circolari di D. Paolo Albera aí Salesiani, Società Editrice Internazionale, Torino, 1920, pp. 111-120, 162-167.
    4 Per un approfondimento del profilo oratoriano sin qui tratteggiato, si veda, di chi scrive, L'oratorio salesiano: la specificità di una proposta pedagogica, in Dipartimento di Pedagogia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Don Bosco. Ispirazioni Proposte Strategie educative, Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1989, pp. 63-100.
    5 Uno sviluppo di alcuni spunti proposti in questo secondo paragrafo si può trovare nel bel volume di F. Floris, M. Delpiano, L'oratorio dei giovani. Una proposta di animazione, Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1992.

    (FONTE: CISI, L'Oratorio dei giovani: insieme per essere fedeli alla vocazione giovanile e popolare. Atti Convegni 1993, pp. 99-107)


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