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    Oratori in cerca di futuro

    Alla ricerca di una nuova tessitura


    Paolo Carrara


    La pausa delle attività oratoriane imposta dalla pandemia è occasione di riflessioni, e anche di sperimentazioni, che rilancino il dibattito sull'attitudine dell'oratorio a restare il luogo privilegiato in cui si esprime la cura pastorale della Chiesa per le nuove generazioni. Lo studio di don Paolo Carrara, presbitero della diocesi di Bergamo e docente di Teologia pastorale presso la Facoltà teologica di Milano, prende le mosse dalla fisionomia degli adolescenti attuali e da alcune recenti felici esperienze pastorali per proporre alcune «regole» utili nell'orientare la pastorale oratoriana. Esse ruotano attorno alla proposta di una tessitura «necessariamente irregolare» «tra ciò che concretamente l'adolescente vive e il cuore pulsante del Vangelo». In questo compito la comunità cristiana adulta rappresenta la spola della tessitura, aiutando gli adolescenti a far emergere quanto in loro è ancora spiritualmente abbozzato per intrecciarlo con il racconto vivo di Gesù. Essa riveste quindi un necessario ruolo di mediazione  come dimostrano le esperienze raccontate  che può essere accolto dagli adolescenti a patto che il tenore della proposta sia aderente alla vita.

    Anche gli oratori, come ogni altra forma organizzativa di tipo ecclesiale, in questo ultimo anno stanno subendo i duri contraccolpi legati alla pandemia e alle strategie di necessaria limitazione che le autorità civili hanno imposto. Di fatto, soprattutto nei periodi assai prolungati di zona rossa, gli oratori sono rimasti completamente chiusi, ma anche negli intervalli temporali segnati dagli altri colori essi hanno subito una forte limitazione delle loro attività. L'effetto più problematico è rappresentato dalla (quasi) impossibilità di radunare i ragazzi, di incontrarli, di proseguire con loro un percorso formativo adeguato. Questa situazione fa sorgere quasi spontaneamente una domanda: che ne sarà dell'oratorio anche quando l'onda più consistente della pandemia si sarà placata? Dobbiamo semplicemente attendere un ritorno al precovidico?

    Oratorio e 'principio oratoriano'

    A pensarci bene la domanda sul futuro dell'oratorio (sull'oratorio del futuro?) non è nuova. La tesi che ormai molti sostengono – e che a me pare condivisibile – è che questo tempo di pandemia, pur nella sua ormai perdurante eccezionalità, ci stia obbligando a impattare con quanto i nostri occhi già in precedenza avrebbero potuto meglio identificare. Che la vitalità degli oratori non fosse più scontata, infatti, era già stato messo in evidenza: in alcune indagini era chiara la percezione che fossero troppo sbilanciati sul versante sociale-aggregativo della proposta, sterili sotto il profilo del generare alla fede e dell'inserire in una comunità cristiana adulta, più luoghi di servizio che effettivi spazi di vita [1]. Questa presa d'atto non vuole approdare a una cinica é compiaciuta constatazione; vuole semmai diventare una provocazione a rimboccarsi le maniche (per chi più è impegnato nell'animazione pastorale diretta) e a pensare sodo (per chi accompagna la pratica con la riflessione).

    La crisi si configura come una sorta di cellula staminale del divenire. [...] Le crisi sono vie di fuga. Lo sono le crisi personali che accompagnano varie fasi della nostra esistenza, quelle determinate da rotture sentimentali, lutti, fallimenti, ma anche dal semplice progredire delle età. Lo sono ancor più le crisi sociali: rivoluzioni, sovvertimenti dell'ordine consueto, rivolgimenti di valori e cosmologie che, di tanto in tanto, colpiscono le società, come dei cicloni. Le crisi trasformano e a volte aprono inaspettati spazi di creatività [2].

    Il suggerimento dell'antropologia culturale circa la possibilità che, proprio in tempi di crisi, si possano aprire inediti spazi di creatività non può trovare disillusa la Chiesa, anche se obiettivamente essa in questo periodo ha faticato a mostrare una certa intraprendenza pastorale. Ci si è imbattuti «nella sua crescente difficoltà a raggiungere e a ispirare la vita quotidiana dei suoi contemporanei» [3]. Tuttavia proprio l'oratorio, in virtù della versatilità che lo caratterizza, può diventare un luogo strategico per ripensare il compito evangelizzatore che per-tiene alla Chiesa tutta. La condizione fondamentale perché un simile lavoro dia esito positivo, però, è che non ci si accontenti di una difesa d'ufficio dell'oratorio e della sua più recente configurazione storica (organizzativa, strutturale). La domanda va posta ad un livello più profondo: si tratta, infatti, di riandare al 'principio oratoriano' per chiedersi se e come esso possa essere reinvestito. Per 'principio oratoriano' intendo quella passione educativa rivolta ai bambini e ai ragazzi che le comunità cristiane hanno manifestato strutturando un'esperienza di casa, favorendo relazioni orizzontali tra i ragazzi stessi e altre più asimmetriche tra i ragazzi e i loro educatori; il tutto nel quadro di un clima ispirato dal Vangelo che fosse sufficientemente radicato sia nel desiderio di introdurre a un'esperienza esplicita di fede sia sufficientemente libero di prendersi cura anche di chi a quel cammino non pareva interessato [4]. In sintesi, non si tratta di chiedersi come mantenere oggi l'oratorio, bensì di chiedersi se l'oratorio  e nel caso quale oratorio  possa essere ancora uno dei luoghi in cui si esprime la cura pastorale che la Chiesa offre alle nuove generazioni.

    Un focus: gli adolescenti

    Dentro la galassia dell'età evolutiva, un interesse particolare è rivestito dagli adolescenti: ogni educatore, laico religioso/a o presbitero che sia, può riconoscere nella pastorale degli adolescenti un campo di forte impegno che si snoda tra momenti di delizia e altri di particolare croce. Gli adolescenti, infatti, sono capaci di conquistare il cuore, di compiere gesti di generosità inattesi e di offrire intuizioni spirituali intense; al contempo, sanno scomparire da un momento all'altro e manifestare una indifferenza che smonta anche le più nobili intenzioni.

    Come gli adulti vedono gli adolescenti

    Interagire con gli adolescenti non è facile perché è difficile conoscerli davvero. Le generalizzazioni sono pericolose: ogni adolescente è un mondo a sé. D'altro canto, quando si tratta di costruire delle azioni condivise, è inevitabile doversi avventurare in qualche considerazione generale che vuole interpretare alcune linee di tendenza. I contributi di carattere psicologico e pedagogico mettono in evidenza il fatto che gli adolescenti di oggi – gli esponenti della cosiddetta 'generazione Z', ovvero i nati dal 2000 in poi – sono i primi convolti in un cambio di paradigma non indifferente: dalla figura del padre simbolico a quella della madre virtuale, dalla famiglia in cui prevaleva il codice normativo (capace di direzionare in un sistema univoco e all'occorrenza sanzionare) alla famiglia in cui prevale il codice affettivo-relazionale (teso a favorire l'espressione/espressività del sé) [5].
    L'analisi andrebbe raffinata; conta tuttavia coglierne l'esito obiettivo. Se guardiamo agli aspetti problematici, gli esperti osservano che l'adolescente nato in un contesto come quello delineato è tendenzialmente esposto a problematiche di carattere narcisistico più che edipico: dal peso della colpa – tipico di un contesto normativo – si è passati al sentimento della vergogna, con cui si esprime il non sentirsi all'altezza, il non essere abbastanza [6]. Più che la trasgressione, infatti, prevale la delusione. L'uso di sostanze o altre devianze come il ritiro sociale (maschile) e i disturbi alimentari (femminili) hanno una motivazione analgesica e sotto questo profilo gli effetti da pandemia non fanno altro che accelerare delle tendenze già in atto [7]. Non bisogna però guardare soltanto agli aspetti problematici. Il contesto attuale, segnato in particolare da una inedita accelerazione digitale, ha fatto sì che gli adolescenti sviluppassero una maggiore competenza 'psicologica': essi sono abili a cogliere la qualità testimoniale dell'offerta dell'adulto e, pur avendone de-istituito il valore simbolico, mantengono un buon livello di fiducia generalizzata. Per essi è decisivo vagliare ogni situazione attraverso il setaccio del «a cosa mi serve?», ma in questa disamina appaiono portatori di valori positivi, seppur frammentati e talvolta dissonanti [8], e risultano disposti alla collaborazione [9]. Lo confermano anche alcune loro risposte in tempo di pandemia [10].

    Come gli adolescenti vedono la Chiesa

    Se si vuole interagire con gli adolescenti e capire il loro mondo, non è tuttavia sufficiente provare a descriverli. Come il Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale del 2018 ha insegnato, è necessario anche ascoltarli, in particolare per ciò che hanno da dire (o non dicono) alla Chiesa.

    Il Sinodo è consapevole che un numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiede nulla alla Chiesa perché non la ritiene significativa per la propria esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante. Tale richiesta spesso non nasce da un disprezzo acritico e impulsivo, ma affonda le radici anche in ragioni serie e rispettabili: gli scandali sessuali ed economici; l'impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la sensibilità dei giovani; la scarsa cura nella preparazione dell'omelia e nella presentazione della parola di Dio; il ruolo passivo assegnato ai giovani all'interno della comunità cristiana; la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società contemporanea [11].


    Anche in questo caso il rischio delle generalizzazioni non è peregrino, e tuttavia necessario. Una utile provocazione proviene dal confronto con una ricerca condotta qualche anno fa da J. White, pastore di una chiesa evangelica della North Carolina. Egli ha interrogato molti outsiders della generazione Z, ovvero adolescenti che hanno dichiarato di aver rinunciato a un legame diretto con una Chiesa cristiana. Ad essi White ha consegnato una serie di affermazioni riguardanti l'esperienza ecclesiale cristiana e ha chiesto che ogni singola affermazione venisse confermata o negata. Questi i risultati (tra parentesi la percentuale di coloro che hanno confermato che l'affermazione rispecchia una loro critica alla Chiesa): ostile agli omosessuali (91%), giudicante (87%), ipercritica (85%), vecchia (78%), troppo politica (75%), slegata dalla realtà (72%), insensibile verso gli altri (70%), noiosa (68%), incapace di accettare le altre fedi (64%), confusa (61%). Ancora più interessanti le percentuali relative alle ragioni per cui questi adolescenti statunitensi dicono di aver abbandonato la chiesa: non c'è alcun valore nel partecipare alle funzioni (74%), le Chiese hanno troppi problemi (61%), non ho tempo (48%), semplicemente non mi interessa (42%), le Chiese chiedono troppo spesso soldi (40%), le funzioni religiose sono noiose (36%), le Chiese cristiane non hanno rilevanza rispetto a ciò che vivo (34%), non credo in Dio o non sono sicuro che Dio esista (12%) [12]. Ad attirare l'attenzione è, in particolare, l'ultima indicazione: la non credenza nell'esistenza di Dio non è assente, ma non appare la ragione determinante dello scollamento (lo è solo per il 12 %) [13].

    Accanto all'indagine americana, l'esperienza concreta porta a raccogliere le provocazioni che gli adolescenti lanciano alla Chiesa attorno a tre sfide: a cosa mi serve?; perché diventare come te?; perché passare attraverso te?
    La prima domanda (a cosa mi serve?) manifesta la percezione che, per gli adolescenti (anche per quelli attivi in alcune/molte attività parrocchiali o associative), rispetto alle fratture importanti della vita la Chiesa non abbia nulla di significativo da offrire. La domanda di salvezza oggi è profondamente mutata: da una salvezza associata all'orizzonte della vita nell'aldilà e alla comprensione di un ordine morale e rituale in cui iscrivere la propria vita, emerge la figura di una salvezza che ha a che fare anzitutto con l'incontro con una possibilità di vita praticabile e che renda sensato lo stare in essa. È di questa salvezza che gli adolescenti mostrano sete, ed è di questa sete che si deve tenere conto, con la consapevolezza che il passaggio da essa a uno sguardo trascendente non è per nulla scontato. Di certo emerge la necessità che la fede prenda sul serio la consistenza dell'umano: per meno di questo a un adolescente di oggi essa non interessa [14].
    La seconda domanda (perché diventare come te?) introduce la provocazione radicale sulla qualità della presenza adulta: sembra che all'interno della comunità cristiana gli adolescenti non trovino adulti significativi, testimoni di un cammino di vita promettente, bensì adulti che li guardano con invidia. Ma «se per gli adulti, allora, il massimo della vita è la giovinezza e tutto il resto è noia, che cosa dovrebbero essi insegnare, segnalare indicare, mostrare ai giovani?» [15].
    Infine, la terza domanda (perché passare attraverso te?): con essa la generazione dei nativi digitali mette in discussione il valore della mediazione ecclesiale; della serie: «se c'è un dio, lo voglio incontrare direttamente». Il processo di soggettivizzazione delle coordinate antropologiche ha minato alla base il sistema dei dispositivi di mediazione e ha ormai imposto un'inversione dei funzionamenti: per un adolescente non è più evidente che i dispositivi che la Chiesa nel tempo ha elaborato tocchino la vita; ciò va mostrato – smontato e ricostruito – pena il rischio che l'adolescente snobbi il tutto dicendo: «non ho tempo».

    Adolescenti e oratori in movimento

    I mesi della pandemia non hanno messo a tacere queste provocazioni, anzi in molti casi  a fronte della difficoltà della Chiesa nel mostrare una presenza significativa  esse si sono amplificate [16]. Tuttavia va constatato che alcune realtà non si sono accontentate di attendere il passaggio a un futuro migliore, ma hanno dato prova di una certa creatività. Senza la pretesa di proporne una rassegna esaustiva, suggerisco la ripresa di alcune esperienze che forse hanno qualcosa da insegnare [17].
    Intraprendenza solidale a Nembro (diocesi di Bergamo). Il paese orobico di Nembro è diventato tristemente famoso per essere stato uno dei centri più colpiti dalla furia del contagio da Covid-19. L'onda di morte e di sofferenza che si è abbattuta ha lasciato pesanti strascichi sulla comunità che però, proprio nei mesi della primavera del 2020, ha dato prova di una grande forza di reazione. Tra i protagonisti di questa intraprendenza solidale che ha consentito al paese di superare la fase più violenta della pandemia, ci sono proprio una cinquantina di adolescenti: sostenuti dal curato, da alcuni giovani educatori dell'oratorio e del gruppo scout, oltre che da adulti, essi sono stati dei preziosi collanti della comunità, manifestando una disponibilità alla cura capace di superare ogni stereotipo dell'adolescente ripiegato su se stesso. In concreto questi adolescenti si sono resi disponibili per la distribuzione di casa in casa di materiale informativo, per la consegna a domicilio delle stampe dei compiti per quei bambini che erano impossibilitati a procurarsele direttamente, per la pulizia delle tombe del cimitero chiuso a causa del lockdown, per la realizzazione di un servizio streaming per le celebrazioni parrocchiali, per l'animazione di bambini e ragazzi durante l'estate in oratorio e nelle piazze del paese, per la costruzione di un festival culturale sul tema della rinascita, per il lancio di una radio e molto altro... Questi adolescenti, attaccati al virtuale ma anche profondamente disillusi rispetto a esso, si sono resi disponibili a tutto perché, dentro l'eccezionalità del momento, hanno riscontrato alcune condizioni favorevoli: il sentirsi utili e protagonisti, la concretezza e precisione dei servizi loro richiesti, un clima di stima U e fiducia nei loro confronti, la possibilità di vivere un'esperienza di o gruppo, la presenza di giovani e adulti che li hanno accompagnati sporcandosi le mani con loro. Alla domanda sull'incidenza di tutto a. questo per la loro fede, il curato don Matteo Cella non nasconde le difficoltà: per i suoi adolescenti le forme organizzative della Chiesa continuano ad essere avvertite come un sistema di potere, i linguaggi e le forme della devozione sono lontani, inoltre essi faticano a riconoscere la plausibilità di scelte definitive... E tuttavia quanto vissuto, anche sotto il segno della solidarietà concreta, ha aperto in molti di essi domande preziose e ha favorito una maggiore disponibilità al confronto. Almeno una parte della comunità cristiana adulta ha acquisito in loro un credito di autenticità che pare promettente per la prosecuzione dell'alleanza pastorale.
    #eorastudio a Castelsangiovanni (diocesi di Piacenza). #eorastudio è un progetto della diocesi di Piacenza, nato nei primi mesi del 2021. Oltre agli universitari, esso pensa in modo particolare agli adolescenti e muove dall'obiettivo di sostenerli in un tempo segnato dalla fatica della DAD e dalle conseguenze delle molteplici restrizioni: sfilaccia-mento delle reazioni sociali, solitudine, difficoltà a studiare. Concretamente alcuni oratori hanno messo a disposizione i loro spazi per favorire un servizio di studio assistito, diffuso sul territorio, con volontari in grado di assicurare la presenza al mattino e/o al pomeriggio. Nella parrocchia di Castelsangiovanni questo progetto ha avuto un particolare 'successo' poiché si è inserito in una progettazione già in atto: nel 2007, infatti, era nata l'esperienza del doposcuola Tobia, a cui si erano poi associati il progetto AbilmenteLab (un servizio specifico per ragazzi con disturbi dell'apprendimento e bisogni speciali) e l'apertura dell'oratorio per gli adolescenti per attività didattiche extra-scolastiche. In questi mesi di pandemia la scelta predominante è stata quella di 'non chiudere'; le norme, tra l'altro, hanno consentito di portare avanti il servizio specifico anche nelle settimane di zona rossa. Per il vicario parrocchiale don Paolo Capra la direzione è chiara:

    La scelta di non chiudere è stata prima di tutto ispirata dagli sguardi e dalle parole dei nostri ragazzi. La sofferenza vissuta nella primavera 2020 ha lasciato in loro segni e ferite profonde. La proposta di un oratorio che non chiude e che da subito cerca via nuove per poter stare loro accanto evidenzia una voglia di camminare insieme a loro, attraversare insieme questo tempo e uscirne con uno sguardo rinnovato. Abbiamo visto cambiare i loro occhi, i loro sorrisi. Emerge un desiderio di relazionarsi con amici e adulti che davvero abbiano a cuore il loro vissuto. Non basta un «come stai?» di cortesia, è necessario far capire loro che ti stanno veramente a cuore.


    Soltanto a questa condizione anche una proposta esplicita di fede – egli osserva – può avere speranza di risultare significativa. Da qui il sogno di un oratorio che non sia anzitutto un luogo istituzionale da cui partono iniziative per gli adolescenti, ma una casa in cui essi si possano sentire protagonisti, in cui sia loro offerto uno sguardo proiettato alla speranza e in cui siano provocati ad assumersi responsabilità.

    Bolla-Cenacolo a Biumo (diocesi di Milano). Per tre settimane della Quaresima 2021, 20 ragazzi tra i 16 e i 18 anni insieme al 'don' e a un educatore hanno ripreso l'intuizione sviluppata lo scorso anno dalle squadre dell'NBA con l'obiettivo di concludere il campionato. Dopo aver redatto il progetto e aver ricevuto le opportune autorizzazioni, questi adolescenti si sono chiusi, come in una bolla, dentro lo spazio dell'oratorio e lo hanno fatto diventare la loro casa. La struttura della giornata era abbastanza semplice: sveglia, preghiera del mattino, colazione, DAD, poi pranzo (preparato da un cuoco), pulizie, studio, attività varie (gioco, musica, film...), celebrazione della Messa e altri momenti di preghiera, cena (preparata da loro), incontri da remoto (con il Prefetto, con un prete impegnato in Terra Santa...) e servizi vari (la preparazione degli ulivi per la Domenica delle Palme...). Insomma un'esperienza che, nata proprio dalla proposta degli stessi adolescenti, ha assunto il loro desiderio di relazione e attorno a esso ha elaborato una proposta seria di casa. La domanda sorge spontanea: si tratta soltanto di una bella esperienza che, in virtù della sua eccezionalità, ha galvanizzato i suoi protagonisti? Quando don Gabriele Colombo – il prete che ha sostenuto in questa esperienza – parla degli adolescenti e della loro fede, si esprime così:

    L'esperienza della bolla  attraverso gli spazi di preghiera comunitaria, la meditazione quotidiana del Vangelo, l'Eucaristia, i tempi di silenzio e adorazione, la compieta prima di andare a dormire, qualche colloquio straordinario  ha certamente interagito con la disponibilità, la fiducia di questi ragazzi e ragazze. La vita comune, se ben guidata, aiuta tutti a far emergere domande, a desiderare un confronto, a fare esperienza della profondità, soprattutto se il clima è sereno e senza pregiudizi.


    E aggiunge:


    Ho visto consolidarsi la loro fede quando rimanemmo da soli a pregare davanti all'Eucaristia, quando nel sacramento della riconciliazione è emerso quanto fosse stato 'bello' dover preparare e vivere da sé una via crucis, quando si sono impegnati nell'animare le celebrazioni del triduo pasquale... 
    La fede è preceduta da una disponibilità ed una fiducia.

    La pertinenza pastorale di questo feconda interazione si commenta da sé [18].

    Possibili regole pastorali

    Le esperienze brevemente raccontate consegnano alla pastorale alcune regole utili. La prima può essere sintetizzata con l'immagine della tessitura: non esiste per gli adolescenti proposta adeguata che non si preoccupi di favorire una tessitura – necessariamente irregolare –tra ciò che concretamente l'adolescente vive e il cuore pulsante del Vangelo. Esistono dei movimenti interiori che vanno ascoltati. Essi spesso sono sotto il segno della debolezza e della frustrazione:

    Nei giovani troviamo anche, impressi nell'anima, i colpi ricevuti, i fallimenti, i ricordi tristi. Molte volte «sono le ferite delle sconfitte della propria storia, dei desideri frustrati, delle discriminazioni e ingiustizie subite, del non essersi sentiti amati o riconosciuti». «Ci sono poi le ferite morali, il peso dei propri errori, i sensi di colpa per aver sbagliato». Gesù si fa presente in queste croci dei giovani, per offrire loro la sua amicizia, il suo sollievo, la sua compagnia risanatrice, e la Chiesa vuole essere il suo strumento in questo percorso verso la guarigione interiore e la pace del cuore [19].

    Altre volte sono sotto il segno dello slancio:

    In alcuni giovani riconosciamo un desiderio di Dio, anche se non con tutti i contorni del Dio rivelato. In altri possiamo intravedere un sogno di fraternità, che non è poco. In molti ci può essere un reale desiderio di sviluppare le capacità di cui sono dotati per offrire qualcosa al mondo. In alcuni vediamo una particolare sensibilità artistica, o una ricerca di armonia con la natura. In altri ci può essere forse un grande bisogno di comunicazione. In molti di loro troveremo un profondo desiderio di una vita diversa. Sono autentici punti di partenza, energie interiori che attendono con apertura una parola di stimolo, di luce e di incoraggiamento [20].

    Il compito di una comunità cristiana adulta consiste nell'aiutare gli adolescenti a far emergere queste dimensioni, nel non farli scappare da esse, nel provare a intrecciarle con il racconto vivo di Gesù che proprio quei vissuti ospita, assume, trasforma, rilancia. La spola di questa tessitura è rappresentata proprio dalla comunità cristiana il cui ruolo di mediazione – come dimostrano le esperienze raccontate –può anche essere accettato, a patto però che sia aderente alla vita. Un adolescente, in modo più spregiudicato di quanto accada in altre età della vita, accetta (eventualmente) la Chiesa quando incontra esempi di vita realistici che mostrano di aver tentato in prima persona di elaborare questa stessa tessitura e che la mostrano come desiderabile, anche se imperfetta. Ne deriva una seconda regola pastorale: gli adolescenti invitano la Chiesa a privilegiare la via del bello e del desiderabile (la via di una bellezza di vita che affascina e di un bene che accende il cuore) rispetto alla via intellettuale del vero e a quella volontaristica del giusto. La comunità educante serve un adolescente nel momento in cui, con la sua presenza composita, sa accompagnarlo nella scoperta di questa bellezza e nella possibile costruzione di una tessitura analoga che sappia ospitare la sua affascinante e travagliata esistenza. Gli esempi andrebbero forse aggiornati e integrati, ma la Christus vivit contiene un'intuizione che merita di essere ripresa:

    Cari giovani, non permettete che usino la vostra giovinezza per favorire una vita superficiale, che confonde la bellezza con l'apparenza. Sappiate invece scoprire che c'è una bellezza nel lavoratore che torna a casa sporco e in disordine, ma con la gioia di aver guadagnato il pane per i suoi figli. C'è una bellezza straordinaria nella comunione della famiglia riunita intorno alla tavola e nel pane condiviso con generosità, anche se la mensa è molto povera. C'è una bellezza nella moglie spettinata e un po' anziana che continua a prendersi cura del marito malato al di là delle proprie forze e della propria salute. Malgrado sia lontana la primavera del corteggiamento, c'è una bellezza nella fedeltà delle coppie che
    si amano nell'autunno della vita e in quei vecchietti che camminano tenendosi per mano. C'è una bellezza che va al di là dell'apparenza o dell'estetica di moda in ogni uomo e ogni donna che vivono con amore la loro vocazione personale, nel servizio disinteressato per la comunità, per la patria, nel lavoro generoso per la felicità della famiglia, impegnati nell'arduo lavoro anonimo e gratuito di ripristinare l'amicizia sociale. Scoprire, mostrare e mettere in risalto questa
    bellezza, che ricorda quella di Cristo sulla croce, significa mettere le basi della a. vera solidarietà sociale e della cultura dell'incontro [21].

    La terza regola indica che, anche attraverso l'esperienza dell'oratorio, la comunità cristiana deve saper provocare gli adolescenti. Provocare significa mettere gli adolescenti – accompagnandoli – a contatto con situazioni che li obbligano a uscire da una sorta di comfort zone, offrendo loro anche modelli scomodi con cui confrontarsi ed esperienze che li obblighino a quel passaggio – vocazionalmente decisivo – dal 'chi sono io?' autocentrato al 'per chi sono io?' di matrice evangelica [22]. Tale domanda va introdotta anche offrendo adeguati momenti di interiorizzazione, con il realismo di riconoscere che l'adolescenza non è l'età né per sintesi esistenziali né per l'integrazione sotto il profilo dell'appartenenza ecclesiale. A questo discorso si collega una quarta regola: non c'è pastorale con gli adolescenti se non si dà priorità alla relazione. Essa deve connotarsi come formale e informale, poiché la relazione vive necessariamente di un livello di gratuità e imprevedibilità che dà respiro e autenticità, soprattutto con gli adolescenti. Inoltre la relazione deve strutturarsi sia in modo orizzontale (gli adolescenti necessitano del gruppo) sia verticale (serve qualcuno di più grande, portatore di bellezza incarnata, che abbia la passione di perdere tempo con loro). Ci vogliono certamente dei giovani, che per prossimità possono svolgere il ruolo di 'fratelli maggiori', ma ancor più oggi servono adulti.
    Dall'ascolto di questi anni ho raccolto alcune modalità interessanti di legame intergenerazionale, espressivo di una 'comunità educante'. Una prima ipotesi: il gruppo degli educatori degli adolescenti è costituito sia da alcuni giovani sia da una coppia di sposi; questi ultimi, oltre che incontrarsi con i giovani per l'elaborazione del percorso, una volta al mese aprono casa e ospitano – Covid permettendo – il gruppo adolescenti per cena e incontro. Una seconda ipotesi: ogni educatore giovane è affiancato da un adulto della comunità che lo sostiene nel suo cammino personale di credente e di verifica delle dimensioni umane, relazionali, spirituali che entrano in gioco anche negli incontri diretti con gli adolescenti.

    Ritorno sull'oratorio

    Il mito delle opzioni esclusive

    La lunga digressione sugli adolescenti non è sufficiente a rispondere alla domanda relativa al futuro dell'oratorio. Tuttavia le regole messe a fuoco per la pastorale con gli adolescenti possono essere utilmente riprese per uno sguardo complessivo sull'oratorio stesso. In particolare, è utile trasporre per analogia il funzionamento della tessitura. In un tempo di dispersione come l'attuale, infatti, risulta forte il tentativo di rispondere alla confusione identificando un canovaccio molto codificato su cui strutturare un oratorio. Esso dà sicurezza, ma rischia di semplificare una realtà pastorale complessa che assomiglia a un campo di forze che interagiscono tra loro piuttosto che a un sentiero tracciato. La semplificazione è cattiva consigliera, e avviene con un doppio passaggio: si polarizzano gli elementi in gioco; si assolutizza uno di essi. La pastorale con gli adolescenti e, più complessivamente, la miglior tradizione oratoriana [23] insegnano che l'oratorio si è sempre avvalso di continui movimenti di andata e ritorno, mai del tutto controllabili e in parte anche sottratti alla consapevolezza, tra momenti di raccolta capaci di far emergere la significatività della vita (le fragilità e gli slanci di cui sopra) e l'offerta di segni cristiani espliciti (stare con Gesù, vivere la comunione-fraternità, servire gli altri). Il compito del progetto educativo di un oratorio, ancor più oggi, dovrebbe provare a strutturare uno spazio non solo fisico che, attraversato da bambini / ragazzi / adolescenti / giovani / famiglie, offra delle possibilità di intreccio tra le diverse componenti indicate. Già alcuni anni orsono, Il laboratorio dei talenti così commentava:

    Per questo l'oratorio si configura come un variegato e permanente laboratorio di interazione tra fede e vita. Quanti sono coinvolti nella vita oratoriale, a vario titolo, siano essi ragazzi, giovani, famiglie e adulti, sono chiamati a vivere un'esperienza globale che trae dal Vangelo forza e significato, e che ha nell'incontro con il Signore Gesù la sua fonte e il suo culmine. Una tale configurazione porta a far sì che in oratorio siano compresenti percorsi differenziati: alcuni chiaramente riferiti all'azione evangelizzatrice della Chiesa, come i cammini di iniziazione cristiana e di formazione religiosa; altri che rispondono alle esigenze del primo annuncio, soprattutto nell'incontro con giovani provenienti da altre culture e religioni oppure di giovani battezzati non praticanti; insieme a questi vi sono molti percorsi educativi di aggregazione e formazione che si concretizzano nelle molteplici attività oratoriali messe in atto come risposta alle sfide culturali e ai bisogni dei ragazzi e dei giovani stessi: sport, esperienze comunitarie, animazione, teatro, volontariato sociale e missionario, laboratori artistici, pellegrinaggi, cinema, web sono solo alcuni degli ambiti in cui la comunità educativa dell'oratorio si cimenta. All'interno di molti oratori si attua concretamente anche il cammino di formazione religiosa con il completamento dell'iniziazione cristiana e la proposta di itinerari di fede in grado di garantire una maturazione spirituale progressiva e integrale. [24]


    La provocazione di questa tessitura induce a rinunciare a un oratorio tutto sociale in cui si sospendono i riferimenti espliciti al cammino di fede: tale impostazione, infatti, si rivela ingenua sia a livello teologico (poiché immagina un trascendentale già contenuto implicitamente nell'umano) sia a livello pedagogico (poiché pensa che l'educazione alla fede si giochi tutta a livello di consapevolezza) [25]. Ma essa non giustifica neppure la prospettiva contraria, quella che immagina un oratorio a servizio di una sorta di controffensiva kerigmatica (catechesi, momenti di preghiera, accompagnamento spirituale): essa è ingenua sia a livello teologico (poiché immagina che i segni cristiani espliciti siano autosufficienti) sia a livello pedagogico (poiché si illude che le proposte si 'attacchino' alla vita indipendentemente dal suo coinvolgimento). La logica della tessitura non si lascia imprigionare in nessuna di queste opzioni esclusive, ma esige di metterle in interazione: solo in un gioco tensionale può emergere una proposta significativa [26]. Non esiste evangelizzazione che pretenda di lavorare con 'figure pulite': l'evangelizzazione, infatti, è di più di un'attenzione laica alla persona, ma non è niente di meno di essa [27]. Tale prospettiva immagina che l'oratorio abbia sempre più bisogno del protagonismo diretto dell'insieme della comunità cristiana: affinché la tessitura si attivi, infatti, è necessario (anche se mai sufficiente) che l'oratorio non sia semplicemente uno spazio di erogazione di servizi, ma un luogo di vita. L'istanza della comunità educante, necessariamente intergenerazionale, va in questa direzione: è soltanto una testimonianza condivisa, seppur imperfetta, che può sostenere un impianto come quello indicato. Per meno di questo la mediazione ecclesiale risulterà indifferente o addirittura ostacolante.

    Domande necessarie

    Al rilancio della logica di tessitura e delle azioni che la rendono praticabile si deve accompagnare l'attenzione ad alcuni temi specifici sull'oratorio. Un tema interno alla sua vita è relativo alla possibilità che qualcuno (una o più famiglie?) abiti stabilmente nell'edificio-oratorio e che, anche attraverso questa condivisione della casa, possa rendere quel luogo sempre meno un centro erogatore di servizi e sempre più uno spazio effettivo di vita cristiana. A ciò si collega la questione relativa alla regia complessiva dell'oratorio: il calo numerico dei presbiteri giovani e il complicarsi della realtà rendono impossibile che la regia sia in mano a uno solo, fosse anche un presbitero. È opportuno individuare delle forme di regia più partecipate che rendano la comunità cristiana effettivamente responsabile della vita dell'oratorio e che al suo interno sappiano valorizzare i diversi carismi (le diverse tessiture di cui ognuno è portatore). In tale direzione andrebbe discussa anche la via della professionalizzazione: quando attivata, essa dovrebbe assumere un ruolo di sostegno e non di sostituzione della titolarità educativa che spetta alla comunità cristiana [28]. Va poi considerato il livello del rapporto tra l'oratorio e l'intera comunità parrocchiale: l'oratorio del futuro appare sempre meno il luogo di incontro dei bambini, ragazzi e adolescenti soltanto, ma sempre più 'casa della comunità'. Se non vanno disdegnati momenti dedicati in modo precipuo alla pastorale dell'età evolutiva, non è possibile proseguire in una sorta di isolamento rispetto al resto della comunità, in particolare alle famiglie. Ciò comporta anche il tentativo di far sì che la pastorale parrocchiale complessiva abbandoni la diffusa logica 'a traino' secondo cui i genitori arrivano solo perché portano i figli; è opportuno abbracciare una logica propositiva che, con realismo ma anche con convinzione maggiore, valorizzi di più il protagonismo diretto dei genitori, delle esperienze matrimoniali, delle varie storie d'amore – anche di quelle più complicate – e, in generale, della vita adulta. A un terzo livello di riflessione, si pone anche l'esigenza di uno sguardo diocesano. Esso necessita di riconoscere che gli oratori, nonostante il ruolo significativo che possono continuare a svolgere, non sono gli unici ambienti per la pastorale giovanile: vi sono anche associazioni e movimenti (ad esempio i gruppi scout) e vi sono anche luoghi-altri, come la scuola, in cui re-immaginare una presenza ecclesiale. Ne deriva anche l'urgenza di verificare il numero di oratori sul territorio e di progettare in un'ottica di pastorale più integrata e sostenibile: i confini parrocchiali sono preziosi, ma non vanno assolutizzati.

    NOTE

    1 Rinvio a L'oratorio oggi. Ricerca quantitativa e qualitativa sugli oratori in Lombardia (201+5), n. 9 della collana Gli sguardi di Odl, curata da Oratori Diocesi Lombarde.
    2 A. Favole, Vie di fuga. Otto passi per uscire dalla propria cultura, UTET, Milano 2018, pp. 115 ss.
    3 C. Theobald, Il popolo ebbe sete. Lettera sul futuro del cristianesimo, EDB, Bologna 2021, p. 107.
    4 Anche secondo la tradizione salesiana, il 'principio oratoriano' intreccia le seguenti coordinate: casa che accoglie (spirito di famiglia), parrocchia che evangelizza (percorso di vita cristiano orientato all'incontro con il Signore), scuola che avvia alla vita (proposta culturale che offre dignità e prepara ad una cittadinanza attiva), cortile per incontrarsi con gli amici (informalità serena e prossimità amichevole). Cfr. R. Sala, Pastorale giovanile 2. Intorno al fuoco vivo del Sinodo. Educare ancora alla vita buona del Vangelo, Elledici, Torino 2020, p. 392.
    5 Cfr. M. Lancini, Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali, Erickson, Trento 2015; Id., Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti, UTET, Milano 2020.
    6 Anticipatore di questa tendenza che negli anni successivi si sarebbe manifestata con evidenza fu: A. Ehrenberg, La Fatigue d'étre soi. Dépression et société, Odile Jacob, Paris 1998.
    7 «L'isolamento in una stanza, la didattica magari solo attraverso uno smartphone e un wifi instabile, le liti in famiglia nate da una convivenza in pochi metri stanno innescando negli adolescenti una seconda epidemia. Non è un virus. È abulia, depressione, crollo della concentrazione e dell'autostima, ansia, autolesionismo» (F. Fubini - S. Ravizza, Ansia e depressione tra i ragazzi dopo un anno di teledidattica, «Corriere della Sera», 9 aprile 2021, p. 13).
    8 Su questo aspetto è utile confrontarsi con le seguenti indagini italiane: P. Bignardi - E. Marta - S. Alfieri (ed.), Generazione Z. Guardare il mondo con fiducia e speranza, Vita e Pensiero, Milano 2018; S. Alfieri - P. Bignardi - E. Marta (ed.), Adolescenti di valore. Indagine Generazione Z 2017-2018, Vita e Pensiero, Milano 2019; S. Alfieri - E. Marta - P. Bignardi (ed.), Adolescenti e relazioni significative. Indagine Generazione Z 2018- 2019, Vita e Pensiero, Milano 2020.
    9 Cfr. É. Soulié, La génération Z aux rayons X, Cerf, Paris 2020.
    10 Cfr. A. Pellai, Mentre la tempesta colpiva forte. Quello che noi genitori abbiamo imparato in tempo di emergenza, DeAgostini, Milano 2020.
    11 Sinodo dei Vescovi, Documento finale, Elledici, Torino 2018, n. 53. È necessaria un'avvertenza circa l'uso dei documenti del Sinodo del 2018: la fascia assunta a riferimento dalla Chiesa universale è quella dei 16-29enni, ma sembra corrispondere – per il nostro contesto italiano – alla coorte dei 20-30enni. E dunque possibile riferire alcuni passaggi del Sinodo anche agli adolescenti soltanto con opportune cautele.
    12 Cfr. J.E. White, Meet Generation Z. Understanding and reaching the new post-christian world, Baker Books, Grand Rapids (Mi) 2017, pp. 83 ss.
    13 Indagini italiane confermano l'aumento, negli ultimi anni, dei non credenti, ma al contempo indicano come l'allontanamento dalla Chiesa dipenda da fattori più complessi. Cfr. E Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il Mulino, Bologna 2016.
    14 Cfr. A. Castegnaro, Giovani in cerca di senso. Vite spirituali delle nuove generazioni, Qiqajon, Magnano (BL) 2018.
    15 A. Matteo, Onora l'adulto che è in te, «Note di Pastorale Giovanile», 7/2020, pp. 11-42: 28.
    16 Lo confermano alcune recenti analisi relative alla fascia giovanile: cfr. A. Rosina, Ricerca di senso tra crisi e cambio di epoca, in P. Bignardi - S. Didoné (ed.), Niente sarà più come prima. Giovani, pandemia e senso della vita, Vita e Pensiero, Milano 2021, pp. 28-31.
    17 Ringrazio don Matteo Cella (Nembro), don Paolo Capra (Castelsangiovanni), don Gabriele Colombo (Biumo) per avermi offerto del materiale sintetico che mi ha permesso di ricostruire le loro esperienze e per aver condiviso alcune riflessioni personali che ho parzialmente integrato nel testo.
    18 Sul tema delle esperienze di vita comune, rinvio anche a Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 161. Inoltre, rinvio al recentissimo studio sulle forme di vita comune al n. 11 della collana Gli sguardi di Odl.
    19 Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, Elledici, Torino 2019, n. 83.
    20 Ibi, n. 84.
    21 Ibi, n. 183.
    22 Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 69.
    23 Cfr. G. Barzaghi, Don Bosco e la chiesa lombarda. L'origine di un progetto, Glossa, Milano 2004.
    24. Conferenza Episcopale Italiana, Nota Laboratorio dei talenti, Paoline, Roma 2013, n. 13.
    25 Non va assolutizzata, per questa ragione, la logica dei percorsi: oltre il controllabile, possono risultare significative anche esperienze che hanno la consistenza di frammenti. Cfr. S. Currò, Giovani, Chiesa e comune umanità. Percorsi di teologia pratica sulla conversione pastorale, Elledici, Torino 2021, pp. 294-301.
    26 Una interessante convergenza viene anche da uno sguardo più attento alla questione liturgica: 'educare alla fede', 'educare alla ritualità' e 'vivere esperienze forti' sono ingredienti che vanno intrecciati. Cfr. M. Belli, Liturgia e pastorale giovanile, in E. Massimi (ed.), Liturgia e giovani. Atti della XLVI Settimana di Studio dell'Associazione Professori di Liturgia. Monastero di Camaldoli. 27-30 agosto 2018, Centro Liturgico Vincenziano, Roma 2019, pp. 99-126.
    27 Cfr. U. Lorenzi - S. Marelli, Gli oratori ambrosiani, una rilettura pastorale della situazione attuale, in FOM, L'oratorio oggi. Rilettura della ricerca sugli oratori di Milano, FOM, Milano 2015, pp. 11-41. A questo articolo – e a un confronto diretto con U. Lorenzi – sono particolarmente debitore per la logica della tessitura.
    28 Rinvio alla ricerca – in via di pubblicazione – sulle forme di regia degli oratori lombardi (n. 12 della collana Gli sguardi di Odl).

    (La rivista del clero italiano, maggio 2021 - n. 5 - pp. 370-396)


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